Lavorare in carcere come medico non vuol dire solamente operare per la tutela della salute

Sono LL medico penitenziario da quasi 25 anni, tuttora responsabile dell’ufficio sanitario presso il provveditorato Regionale A.P. Calabria, ma anche Segretario Nazionale della SIMSPe, Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, che sotto forma di onlus da ormai un decennio ha avviato percorsi di ricerca e formazione all’interno del sistema penitenziario italiano, con significativi rapporti anche a livello europeo: oltre i tradizionali settori di infettivologia e psichiatria, abbiamo aperto lo spazio allo studio ed alla ricerca in medicina interna, cardiologia, psicologia applicata, management dei servizi.
♦Abbiamo anche avviato un’attività sindacale in relazione agli attuali momenti di transito attraverso i quali crediamo possa e debba essere riformulata e rivalutata l’assistenza sanitaria nelle carceri italiane, attraverso il SSN.
♦Lavorare in carcere come medico non vuol dire solamente operare per la tutela della salute, ma richiede quel fortissimo senso di responsabilità, equilibrio e professionalità, oltre che maggiori conoscenze e competenze perché esprimere una valutazione clinica può influire in maniera significativa non solo sulla salute ma sull'intera storia processuale di una persona detenuta. Chi esercita la Medicina Penitenziaria deve anche saper cogliere i bisogni inespressi del detenuto senza però prestarsi a strumentalizzazioni da qualsiasi parte provenienti, con l'unica finalità di rendere efficiente la tutela del "bene-salute" poiché si è comunque terapeuti quasi "di necessità" ed il rapporto di fiducia fra paziente "detenuto" e medico viene costruito in un ambiente difficile e limitativo.
♦Oltre le problematiche della riorganizzazione dei servizi, aspetto che a noi, anche in ragione della profonda ed incisiva azione esercitata in ambito regionale sui servizi sanitari degli Istituti di Pena, sembra di non complessa ridefinizione all’interno delle strutture territoriali del SSN, il nodo centrale del processo di riforma è la ricollocazione del personale in transito. Che proviene dal Ministero della Giustizia con profili professionali ed ordinamenti giuridici differenti, e che non ha goduto, nell’ambito della redazione del DPCM di pari dignità, considerazione ed immediate prospettive. Se infatti è sembrato pacifico il transito diretto nei ruoli SSN del personale proveniente dai ruoli ordinari del Ministero della Giustizia (un numero veramente marginale di Medici Psichiatri, degli Infermieri Professionali addetti pressoché tutti a funzioni di coordinamento di settore nell’ambito degli Istituti, un limitato numero di Psicologi), il maggior numero di operatori (circa 4000, di cui quasi un terzo specialisti) che sin oggi hanno assicurato, negli spazi operativi e con i limiti imposti dalla specifica contingenza, l’assistenza sanitaria negli IIPP nazionali e che discende dalla Legge 740/70 istitutiva del servizio e fonte delle specifiche convenzioni, non ha trovato che prospettive incerte o la cessazione del rapporto di convenzione al 30 giugno prossimo.
♦Il rapporto con questa sigla, mediato da Carlo Colella, anch’egli medico penitenziario da epoche remote, e Roberto Lala, vicino al nostro gruppo di Roma, è stato un momento di grande e significativa apertura, che proprio in Calabria, e grazie alla sinergia con l’Assessorato Regionale alla Tutela della Salute, ha permesso di immaginare ed avviare all’operatività un primo modello di passaggio reale di competenze e di esperienze dal mondo penitenziario al SSN, attraverso l’applicazione corretta e coerente delle norme in vigore.
♦Dal marzo 2005, epoca di approvazione del corrente ACN, al mese di ottobre 2006, epoca di sottoscrizione di un accordo proposto proprio dal SUMAI tra l’Assessorato Regionale ed il PRAP che riconosceva la possibilità di transito degli specialistici operanti all’interno degli istituti di pena, al 2008, nel quale è stato sottoscritto l’Accordo Integrativo Regionale che ne ha recepito i contenuti, a periodi più recenti nei quali si è definita la nuova architettura dei servizi specialistici all’interno delle carceri che potranno essere a breve operativi, si è compiuto un percorso virtuoso di riforma, che certamente sarà un arricchimento professionale per i colleghi specialisti i quali verranno dal territorio ad operare negli istituti di pena, mentre sarà il giusto riconoscimento professionale per i colleghi che avevano all’interno del sistema penitenziario l’unica espressione dell’attività specialistica, spesso anche in assenza di ulteriori rapporti strutturati con il SSN. Sotto il profilo strettamente sindacale ci è sembrata doverosa la tutela e la valorizzazione di queste specifiche e pregiate esperienze professionali, anche perché l’applicazione della vigente normativa consentirà nell’immediato l’emersione dei valori motivazionali di ciascun operatore.
♦Poiché abbiamo seguito con attenzione l’evoluzione delle procedure di transito – e spesso con aspetti fortemente critici – abbiamo contezza che quanto di fatto avviato nel concreto in questa regione è un possibile modello a livello nazionale, nel riferimento all’ampio comparto a convenzione che operava all’interno delle carceri e che di fatto con analoghe previsioni contrattuali, continuerà ad operare.
♦Come SIMSPe e come Medici Penitenziari chiediamo il sostegno delle sigle sindacali autonome significative delle professionalità sanitarie. Oggi il vero rischio è quello di disperdere o marginalizzare un patrimonio di esperienze, prezioso ed insostituibile, poiché questa particolare e specifica branca della medicina di comunità integra alla clinica, nella sua accezione più ampia, la medicina legale ed è inserita nei binari rigidi di previsioni normative (codice di procedura penale, ordinamento penitenziario, regolamento di esecuzione) all’interno dei quali anche l’attività sanitaria penitenziaria trova aspetti di specifica collocazione.
♦Poiché il mondo sanitario penitenziario rappresenta una variegata tipologia di professionalità specifiche (posizioni funzionali dirigenziali, attività di medicina di base, attività di continuità assistenziale, attività di medicina specialistica, oltre che infermieri e tecnici sanitari), un rapporto con SUMAI potrebbe certamente essere una prospettiva felice sotto questo profilo, anche in riferimento alle più recenti aperture verso professionalità mediche non solo di esperienza specialistica territoriale.


Luciano Lucanìa
Segretario Nazionale Società italiana di medicina e sanità penitenziaria Onlus

SUMAI

24/10/2008

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