Fare il medico in carcere

Riflessioni del Dirigente Sanitario della Casa Circondariale di Milano Opera

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Quando mi capita di parlare con qualche amico del mio lavoro al carcere di Milano-Opera, la domanda che spesso mi vien fatta è:” com’è lavorare in carcere”? 


La risposta è in realtà descrittiva: io posso raccontare cosa accade ma non mi è possibile comunicare quello che sento ,e che è la vera essenza dell’attività del medico penitenziario, con parole che si limitano semplicemente a descrivere.
Nel tentativo di trovare il modo di far partecipi i non addetti ai lavori dell’essenza di questo mondo poco conosciuto, mi sono reso conto che l’immagine più immediata e più verosimile è il gioco del Monopoli.
Lavorare in carcere è come iniziare  una partita di Monopoli: ti siedi al tavolo conoscendo le regole (quelle scritte) e .se giochi per un poco di tempo impari lentamente anche quelle non scritte ( che a differenza di quelle scritte non ti consentono solo di giocare ma anche e soprattutto di vincere o perdere).
I giocatori sono tanti: alcuni giocano per loro esplicita decisione (gli operatori civili, la polizia) altri vi sono costretti (ovviamente i detenuti).
Ciascuno dei giocatori gioca per vincere: per gli operatori ciò significa portare a termine il proprio compito istituzionale e riceverne il meritato (non sempre) compenso. Per i detenuti vincere significa paradossalmente uscire dal gioco (leggi:uscire dal carcere; leggi:la libertà).
Nessuno dei giocatori proviene da qualche pianeta extra galassia: ognuno di loro può essere ritrovato per strada, ai grandi magazzini,al cinema. I simboli che li differenziano sono attribuiti solo durante il gioco; al di fuori di esso nessuno è riconoscibile come giocatore.
L’ unica cosa che differenzia il giocatore dal non giocatore è la conoscenza delle regole del gioco ,scritte e non scritte.
Fra i giocatori si crea una sorta di societas per cui è molto più facile che si comprendano due giocatori (qualunque sia il simbolo che indossino) piuttosto che un giocatore e un non giocatore.Questo perché i giocatori conoscono e accettano le regole del gioco.
Ai non giocatori le regole non interessano ma, e qui devo introdurre un “ma” denso di significati,ogni non giocatore può diventare un giocatore di entrambi i tipi( cioè per scelta o per costrizione).
Una volta introdotta questa chiarificazione ( o meglio quello che credo sia una colorita chiarificazione) è più facile affrontare la domanda di cosa significhi lavorare in un carcere.
Si tratta di un mondo inizialmente strano (come tutti i mondi che hanno regole peculiari) e sempre triste (anche il riso ha un suo timbro particolare in cui manca la serenità). Progressivamente la stranezza scompare e diventa strano chi dall’esterno pare non capire; la tristezza non scompare mai:fa parte delle regole del gioco.
La stranezza consiste,e non potrebbe essere altrimenti nella mancanza di conoscenza: per chi lavora (o vive) in carcere questo mondo non è per nulla strano.
La tristezza è inevitabile in un luogo che,per quanto si voglia identificare con un ambiente di rieducazione ( non vengono in mente le “missioni di pace”?) in realtà e fino a che uno spirito illuminato ed innovatore non accenderà la lampadina, rimane un luogo di pena. Parte di questa pena rimane attaccata addosso anche agli operatori che per loro merito (o fortuna?) ad una certa ora rientrano nel mondo vero (è proprio vero?).
Cosa vuol dire lavorare in carcere? Forse vuol dire partecipare al gioco con il Male,vedendolo in parte riflesso  in noi stessi ma sforzandoci di operare con quella parte di Bene che vi convive.

- a cura  del Dottor  Michelangelo Poccobelli                                                    08/02/2007 

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08/02/2007

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