Infermieristica in area penitenziaria

Quella ereditata è l’unica possibile?

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Napoli, 01.02.2016 - Un signore di cinquantacinque anni, ad alto rischio cardiovascolare, da due giorni in sciopero della terapia perché il giudice gli ha negato la visita del fratello, riferisce all’infermiere giunto alla sua cella per la distribuzione dei farmaci, l’intenzione di volersi “tagliare”, perché, secondo lui, l’atto dimostrativo e la protesta intrapresa non hanno prodotto i risultati sperati.Il poliziotto presente alla discussione attiva le procedure previste in questi casi. L’ispettore di sorveglianza presente in Istituto, arrivato in reparto per la constatazione dei fatti, tenta l’ennesimo approccio per dissuadere l’uomo, che, invece, appare sempre più determinato nelle sue intenzioni. Il “respiro corto” del paziente preoccupa l’infermiere, che chiede di poter colloquiare con lui in medicheria, in modo da poter garantire un minimo di riservatezza. Qual è “l’evento critico” per l’infermiere? Il potenziale aggravarsi delle condizioni cliniche del paziente? La mancata assunzione della terapia? La minaccia di autolesionismo? Possono essere entrambi? Condizioni cliniche comuni, che nel paziente detenuto spesso assumono (ancora più spesso assurgono a) specificità talmente uniche da richiedere competenze non ancora scritte e responsabilità non ancora esplorate, per l’infermieristica espressa in ambito penitenziario diventano automaticamente proprie. In molti istituti, sia alcune funzioni generiche, le cui modalità e attribuzioni sono tramandate oralmente, sia pratiche professionali espletate con modalità figlie di consuetudini che è assai difficile scardinare, fanno propendere fortemente verso un assunto: l’infermieristica è “basata sulle evidenze scientifiche”, ma negli istituti penitenziari è basata sulle “evidenze funzionali interne”, e non è detto, quindi, che siano ritrovabili uniformemente in tutte le realtà penitenziarie. Eppure, non si può dire che cambiamenti, anche molto importanti, non ci siano stati. Con il trasferimento al Servizio Sanitario Nazionale delle funzioni sanitarie, avvenuto con il D.P.C.M. del 01.04.2008, sia infermieri sia coordinatori infermieristici, compreso il sottoscritto, provenienti da strutture ospedaliere e servizi territoriali, hanno scelto di lavorare in questo ambito. Il loro bagaglio di esperienze e competenze, ha reso “visibile” tutto un mondo fatto di “forzature” delle sfere di competenze e responsabilità, fino ad allora “invisibili” a chi operava internamente. Allora si è cominciato ad agire: nuovi operatori, diversa mentalità organizzativa, chiara consapevolezza dell’ambito delle proprie competenze, diversa coscienza professionale. Occhi nuovi (ad osservare vecchie e incancrenite problematiche), per nuove e rivoluzionarie soluzioni…Beh, certamente molte energie sono state spese, in maniera disomogenea rispetto al territorio nazionale, ed alcuni risultati sono stati ottenuti, ma di cambiamenti sostanziali dell’assistenza infermieristica in area penitenziaria, certo non si può ancora parlare.


Evidentemente non è solo adottando procedure, protocolli e linee guida, o più genericamente, importando modalità operative ospedaliere e territoriali, che si può aiutare efficacemente questa infermieristica, anzi, abbiamo scoperto che spesso la complica.Perché? Volendo anche escludere le criticità intese come variabili organizzative proprie dell’area sanitaria in questi luoghi, come le modalità di gestione del coordinatore infermieristico, gli stili di leadership, la presenza “fattiva” o meno della direzione dell’A.S.L. a cui afferisce il presidio sanitario interno, ecc., la grande problematicità, inalterata negli anni, risiede nella condivisione con la polizia penitenziaria del soggetto da assistere.Penso sia inutile fare degli esempi, perché chiunque faccia sanità in ambito penitenziario, sa di cosa parlo.


Nonostante il lavoro svolto, le analisi del clima organizzativo condotte nella realtà napoletana riportano sistematicamente le tensioni che si vengono a creare nella cogestione del paziente come motivi delle criticità più evidenti e meno “digeribili” da entrambe le parti in causa. Ma i fattori individuali e organizzativi antecedenti al passaggio al S.S.N. generavano le stesse complicazioni? No, allora il problema era il mancato riconoscimento dell’identità specialistica degli infermieri e dei loro agiti professionali. Ma allora è possibile diventare disfunzionali ad un sistema come il carcere perché si ha una identità professionale specifica e un proprio ambito di responsabilità? Si, perché paradossalmente l’introduzione di un nuovo Ente ha generato un conflitto tra norme, e quindi tra responsabilità e la prova sono le decine di episodi problematici che ogni giorno generano conflitti interpersonali e intergruppo. Questa consapevolezza ha fatto in modo che gli stessi “occhi nuovi”, che qualche tempo fa mi facevano rilevare l’assenza in letteratura infermieristica di modelli concettuali relativi all’assistenza al paziente recluso come un vuoto da colmare, oggi mi spingono pragmaticamente a guardare oltre, ricercando strategie organizzative che contemplano una più stretta collaborazione operativa tra gli operatori dei diversi enti coinvolti, senza prevalenze dei ruoli. Forse è questa la sfida che ci (mi) attende? Trovare sistemi per gestire questi rapporti mai realmente trattati con strumenti di gestione? Molto probabilmente non sarà la soluzione che renderà gli istituti penitenziari i posti più attraenti del mondo dal punto di vista lavorativo, ma ricadrebbero certo effetti positivi sull’operatività. E il signore in sciopero della terapia con intenzioni autolesionistiche? All’infermiere, persona esperta del mestiere e di grande competenza, è bastato ritrovarsi solo con il paziente, discutere sui pro e i contro di quei comportamenti, ascoltarlo, perché quest’ultimo ritornasse sui suoi passi sia rispetto alle intenzioni autolesionistiche sia alla riassunzione della terapia farmacologica. Forse doveva andare così, forse l’affanno notato dall’infermiere aveva impaurito anche il paziente al punto da fargli rivedere le sue intenzioni. Mi piace pensare che, nei propri atti assistenziali, l’infermiere determini nel paziente un effetto benefico. Parafrasando un concetto attribuito ad Ippocrate, che sostiene che un quantum di guarigione (in questo caso dalla momentanea follia di ferirsi) sia dovuta alla “vis medicatrix naturae”, cioè alla capacità degli esseri viventi di guarire spontaneamente, potremmo ritenere che l’infermiere, da sempre figura socialmente riconosciuta e accettata dai pazienti detenuti, abbia apportato un “surplus” di effetto curativo.


Proprio qualche giorno fa, a proposito di responsabilità professionali, la Camera ha approvato il testo del Ddl Gelli riguardante la loro regolamentazione e, durante l’esame del testo in aula, i deputati hanno ripetuto più volte che “quello sul paziente è un atto sanitario, senza esclusività, e le responsabilità vanno a chi in un determinato momento e per un determinato processo assistenziale assiste il paziente”.Cosi concludo con una considerazione/provocazione: mentre gli interventi assistenziali di tipo manuale e strumentale sono facilmente distinguibili e accettati dalla polizia penitenziaria, tutt’altro si può dire di quelli di tipo psicologico/relazionale come quello che è stato necessario per il signore protagonista del racconto. Abbiamo competenze e responsabilità certe in entrambi i casi, adesso dobbiamo esigere la possibilità di agirle in sicurezza.


Dott. Giuseppe Marcucci - Coordinatore Infermieristico


U.O.C. Tutela della Salute Negli Istituti Penitenziari, ASL NA 1 Centro - C.C. Poggioreale - C.P. Secondigliano - I.P.M. Nisida

Giuseppe Marcucci

01/02/2016

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