Le nuove prigioni

Dai luoghi della pena, alla pena dei luoghi in tempi di emergenza sanitaria

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Questo libro, a cura di Alfredo De Risio, Alessandra Gherardini, Matteo Pio Ferrara e Tommaso Speranza, nasce dal bisogno di condivisione e di riflessione tra colleghi in un periodo storico che ci ha messi tutti alla prova.


Il 10 marzo 2020, giorno in cui ha avuto inizio il lockdown, sarà una data che difficilmente dimenticheremo perché da quel momento le nostre vite sono cambiate e non sappiamo se per sempre o ci sarà un ritorno a quel che era prima. Quello che ad oggi sappiamo è che tutti gli aspetti della nostra vita, dalla professione, alle dinamiche familiari e relazionali, alle nostre abitudini più semplici, hanno dovuto subire dei cambiamenti per adattarsi alle nuove regole che hanno avuto (e in parte ancora hanno dato che proprio in questi giorni il Governo sta valutando il prolungamento dello stato di emergenza fino al 31 dicembre 2020) come obiettivo principale la tutela della salute della collettività.


Il 10 marzo 2020 è il giorno in cui l’Italia è divenuta, usando un termine che abbiamo imparato bene a conoscere, “zona rossa” e da quel giorno per due mesi circa la maggior parte delle persone si è vista letteralmente chiudere dentro casa, con la sola libertà di uscire per procurarsi i beni di prima necessità; insomma, uno scenario di guerra potremmo definirlo, laddove il nemico è invisibile ma non per questo meno nocivo e distruttivo. Da un giorno all’altro ognuno di noi è diventato prigioniero: i primi giorni probabilmente la condizione di recluso si è fatta sentire meno, le persone cercavano di darsi forza con gli appuntamenti canori sui balconi e i flashmob domestici.


Ma ben presto tutto questo ha lasciato il posto alla paura, all’insofferenza di vedersi privati della libertà anche di fare pochi passi fuori dalla propria abitazione ed è da questo sentimento condiviso che abbiamo sentito la necessità di confrontarci tra colleghi, colleghi che in comune hanno la conoscenza di quel luogo che, nella condizione attuale, hanno sentito quanto mai vicino: il carcere. È bastato poco per trovarci a riflettere, durante lunghe telefonate, alle similitudini tra la condizione dei prigionieri giuridicamente riconosciuti e la nostra durante il lockdown, prigionieri di un virus, prigionieri oggi per proteggerci e riappropriarci della nostra vita domani.


Ci siamo confrontati, grazie all’aiuto della tecnologia, che ci ha permesso di essere in contatto durante i benevoli domiciliari, su come ci facesse sentire questa nuova condizione di “reclusi” perché per quanto razionalmente la maggior parte delle persone abbia ben compreso fin dall’inizio l’applicazione di queste “misure restrittive”, dall’altro l’istinto di libertà ha fatto sì che si insinuasse dentro di noi un senso di insofferenza profondo e continuo.


Oltre ai sentimenti legati alla privazione della libertà, un futuro fumoso ed a tratti evanescente, ha portato un’ulteriore condizione di costante incertezza: dal punto di vista professionale ci siamo confrontati sui molti dubbi legati al poter rivedere i pazienti dentro gli studi, all’utilizzo dei DPI, allo smart working e alla paura che molte cose non possano tornare come prima; dall’altra parte, chi di noi ha continuato a lavorare ha convissuto con la paura e il rischio di essere contagiato.


Notizie dei mesi scorsi sono state le rivolte in carcere dovute all’impossibilità di vedere i parenti, divieti applicati per ridurre il rischio di contagio in carcere così come in altre strutture, ad esempio le RSA, ma dal nostro punto di vista in questo periodo abbiamo anche noi sperimentato, chi più chi meno, la lontananza dalle persone a cui siamo legati.


E’ in relazione a questi mutamenti dell’individuo e del suo/nostro sociale che ci è parso utile approfondire, inoltre, la riflessione sull’impatto che l’emergenza sanitaria sulle professioni di cura e di aiuto che, impegnati nei diversi setting, hanno visto innalzare grandi ed invalicabili muri, al pari di quelli del penitenziario, contribuendo così a disegnare sempre più società confinate ed emozioni prigioniere.


Alfredo De Risio 


 


 

SIMSPe

03/11/2020

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